DICONO DI NOI anno 2001
''C'era una volta il passato ...,
ovvero il Museo Etnografico di Volturara Irpina.''
di Nicolina Catarinella
tratto da l' Irpinia illustrata Anno 1 n. 2 ottobre 2001
Sembrava un paese senza storia e senza radici. Nessuno lo aveva mai preso in seria considerazione. D'improvviso l'impeto di un barlume di coscienza inserisce una cultura in quella silenziosa e sommersa civiltà irpina che svela a poco a poco il suo immenso tesoro di arte, vita e scenari incantati. Non è trascorso molto tempo da quando è nato a Volturara il « museo della civiltà contadina ». Inaugurato il 17 luglio 1999 racconta alle nuove generazioni il passato di un popolo che, come tanti altri, viveva seguendo il ciclo delle stagioni, delle ricorrenze religiose, del duro lavoro legato alla madre terra; racconta di quando la vita era incentrata sulla famiglia patriarcale con le sue nascite, matrimoni e morti; con i suoi mestieri e le sue giornate che scorrevano, inesorabili e lente, scandite dal rintocco delle campane.
È uno spaccato del passato ricostruito con certosina pazienza, ed è pronto a svelare usi, costumi e tradizioni di un secolo fa.
Appena si entra gli occhi incontrano «lo catuozzo», «lo 'nzarto» e, poco più in là, «lo pagliaro». Mentre lo sguardo si sofferma sui rudimentali reperti, la fantasia snoda le immagini dei rozzi uomini della montagna. Erano uomini dall ' andatura grave, scuri in volto e con vesti rattoppate; li chiamavano boscaioli e carbonari. Sostavano giorno e notte in montagna in attesa che «lo catuozzo» divenisse carbone utile per le «fornecelle» ed erano avvezzi a «vottà fuoco». Quando era il tempo di far carboni si levavano all'alba e diffondevano nell'aria poche parole: « Iamo a covernà lo catuozzo» .
Poi si avviavano, su per l' erta, fino al punto della cuocitura. Di pazienza ne possedevano fin troppa nell'attendere che il cumulo di legna ricoperta di terra divenisse carbone; ma essi conoscevano il da fare e alimentavano il fuoco con grande maestria: non uno spreco ne un movimento in più in quei gesti metodici, misurati e calmi. Le donne solo sul tardi li raggiungevano per rifocillarli con pasti preparati grazie a una parte di quei carboni che essi faticosamente producevano. Uomini dai modi rudi, dotati di grande capacità decisionale, lottavano non solo per la loro sopravvivenza ma anche per l'unificazione d'Italia. Molto probabilmente, qualcuno di loro aveva preso parte ai moti rivoluzionari scoppiati nel Regno di Napoli nel 1820 rendendosi capace di farsi falange contro lo straniero oppressore. Le gesta di quel pugno di uomini sono state immortalate in una lapide che ne inneggia il valore. La stanza che raccoglie con dignitosa compostezza il grosso dei reperti annovera, tra gli attrezzi del boscaiolo, «lo cannaucco», «la raspa» e «l'accetta co' lo merco»(marchio). Il primo è un arnese di ferro che consentiva ai boscaioli di rimuovere tronchi molto grossi, il secondo era adatto a togliere la corteccia dai tronchi, il terzo veniva impiegato dai commercianti di legname per segnare i tagli boschivi e i «tavoloni» ricavati dalla lavorazione degli alberi abbattuti onde impedire che venissero trafugati.
Nel settore dedicato ai contadini molti utensili ci riportano ad un passato desueto. L 'aratro intagliato in un solo pezzo di legno ricorda quello che usavano gli uomini primitivi quando divennero agricoltori e c'è un vecchio «stringi uva» di fine ottocento che la dice lunga sul bere del contadino. Accanto al torchio due rudimentali macchine adatte a sgranare le spighe di granturco. La più antica è di legno, l'altra, di età più tarda, è di ferro. L'attrezzo per la falciatura era «lo faocione» (il falcione) corredato di martellatoio e «ota», due strumenti adatti ad affilare la lama «quanno se scognava», ossia non riusciva più a trinciare il foraggio. I1 tempo della falciatura (tre volte durante un anno) vedeva uomini e donne nei campi con i «manganielli», le forche e «li rastielli». Con i «manganielli» creavano «li ndurcimmuogli pè le moglie» ( funicelle d'erba adatte a legare le balle di fieno).«Le forcelle»'(forche) erano di legno e presentavano due denti appunti ti che servivano ad ammucchiare il fieno prima di legarlo in balle. Non un filo d'erba era lasciato sul terreno dal rastrello di ferro. Niente spreco di foraggio per mucche, asini e cavalli.
E, a proposito di cibo c'è da ricordare che gli animali da cortile mangiavano «int'a lo vavoto» di legno cavo lavorato a mano. «Lo pastonr rè lo puorco»(impasto di farina di granturco e patate) finiva, invece, nella «secchia rè ligname» (di legno ). Il povero maiale, quando «era arrivato» , veniva ucciso e appeso al «vammieri» per essere lavorato
Quanti altri utensili fanno bella mostra di se!
Sono i tanti testimoni silenziosi del lavoro antico, quel lavoro del tempo in cui si aravano i campi con la zappa e con l'aratro, si estirpavano le erbe infestanti con le mani, si mieteva il grano con la falce e «le cannélle» (ditali di canna adatti a proteggere le dita), si trebbiava il granturco «co' li muviddi» (bastoni dalle estremità snodate) dopo aver «spogliato» le pannocchie fino a notte fonda sull’'aia tra canti e incontri tra innamorati, si andava a «passane lo rotavieddo pé spanne lo rarigneno ncoppa a l'aria» (stendere il granturco sull'aia con un rudimentale strumento di legno), si separava la pula dal grano con la pala o con il «chiurnicchio» , «se sgagnoliavano» (sgranavano) i fagioli e le lenticchie a mano, si stava nei campi a lavorare in primavera, estate e autunno dall’alba al tramonto, si conservavano i cereali nei cassoni e l' erba essiccata nei fienili, non si parlava di orario di lavoro, né di assistenza, né di previdenza, né di infortuni sul lavoro, né di pensioni e i diritti politici non esistevano. I reperti dell' economia di provvista o sussistenza sono tutti lì a parlare di un passato che non ritorna.
L’angolo detto casale mostra « lo caccao» (paiolo) sul treppiedi pronto «pé la cagliata», le «fascelle» di vimini, la borraccia d'alluminio e una misura del latte: il quarto. Il «tre quarti» era lo strumento capace di bucare lo stomaco dei ruminanti quando si gonfiava per la troppa erba ingerita. «Lo scomo», invece, serviva ad intaccare le vene degli equini in preda a coliche. E, ancora, collari di legno eseguiti rigorosamente a mano, campanacci, forbici tosatrici e, per finire il vestito dimesso del povero contadino. La sensazione della perdita dell'artigianato locale diventa acuta nell'osservare gli arnesi adoperati dal fabbro, dal ciabattino, dal falegname, dal sellaio, dal sarto, dal barbiere. Sono le «strappe» per affilare i rasoi, la «macchinetta» per rasare i capelli, le forbici, il metro le vecchie Singer, un piccolo scalpello per fare le asole ai vestiti, il ferro da stiro che andava a carbone, la pece del ciabattino, «la suglia» (lesina), «l'anellina» (colorante nero), un paio di scarpe d'epoca rigorosamente chiodate , «le centrelle» normali, lisce e ricce, «li chiuuovi a ddoie botte» ( chiodi a due botte), la molla a pedale per affilare i coltelli dell'arrotino, l’attrezzatissimo banco di lavoro del falegname «spinarole » comprese (pialle strettissime adatte a creare cornici).
Trova posto a se «lo vardaro» (il sellaio), quell'artigiano che realizzava a mano le «coreve» (gli arcioni), la «varda» (culla) e quant'altro serviva per montare un cavallo o bardare un asinello per il lavoro. Gli arcioni potevano essere realizzati grazie a speciali tronchi curvi di faggio che ancora oggi spontaneamente vegetano sul monte Terminio. Quanti mestieri desueti, quanta solidarietà, quanti gesti semplici, vocii, canti, laboriosità. Sono le voci del passato, di quel passato capace di intessere un'economia che andava ben oltre i pesi e le «misure» riempite di provviste adatte a ripagare il lavoro prodotto nei campi
La «massaria» (casa del contadino) fatta di soli due ambienti era essenziale nella sua veste scarna. Nell’ambiente cucina il focolare si presentava senza cappa ed era sormontato dal «ratale» che copeiva tutto il soffitto. Verso il ratale saliva incessantemente il fumo che essiccava castagne e altre provviste. Dal ratale scendeva una catena costituita da vari grossi anelli di ferro ai quali era appesa «la tiana». La distanza della pentola dal fuoco si regolava attraverso gli anelli della catena. Intorno al focolare «lo pignato pé li fasuli» , la «ciccolatera» per avere sempre a portata di mano un po' d'acqua calda e «lo vango» (panca) dallo schienale molto alto adatto a proteggere le spalle dal freddo perchè bisognava tenere la porta della cucina sempre aperta a causa del fumo. Appeso al muro un grosso tagliere, una piccola «piattaia» con dentro esposti piatti «lo scolamaccaruni» e le posate con i manici di osso. Addobbavano la stanza fiaschi, secchie contenenti l' acqua per bere, vasetti per la sugna, il cassone per il grano, la madia per il pane, il forno con relativo «munnolo» ( scopa dal manico molto lungo per tenere pulito il forno) e tutta una serie di pale per infornare il pane. Di madie se ne usavano due: quelle piccole aperte e quelle più grandi chiuse che servivano per salare la carne del maiale da conservare. La sugna veniva tenuta in serbo anche nella vescica di maiale, mentre nelle «langelle» trovavano posto «li pipicielli curati» (peperoni sott'aceto ). Infine «la minola», adatta al trasporto del cibo in campagna, e «lo pisasale».
La camera da letto ostentava un letto molto alto perché aveva come materasso « lo saccone ré spoglie ré rarigneno (spoglie di granturco) Gli sposi, per poter andare a letto, salivano «ncoppa a lo scannitiello» (scannetto). Sotto il letto c'era «la vrasera» (il braciere), «lo rinale» (il pitale), le provviste (patate e fagioli) e la trappola per i topi; ai fianchi del letto gli «ascistaruli» poggiati sulle rispettive «taccarelle» per un'eventuale illuminazione notturna in caso di imprevisti, una rudimentale cassapanca con su la culla di vimini con dentro le «fasce» per i neonati e due abiti: un da cerimonia del 1800 e uno da sposa de11908. Se, poi, si vuol avere un' idea della moda del tempo, ecco «la vesta co' lo sinale», «le mantelle», «lo sciallo» e le scarpe ultimo grido: «li zampitti».
Per la pulizia quotidiana «lo piatto ré facci » su un trespolo di ferro. Di fronte al letto il corredo della sposa con le ceste che erano servite a trasportarlo nella casa. Non manca il filatoio per fìlare la lana, la cartella con il pennino a cavallotto per il piccolo scolaro, i ferri da stiro con e senza carbone e le bacinelle per bollire le siringhe. Il cuore dell'esistenza era tutto li. Non acqua corrente, né bagno, né riscaldamento e, anche per il sostentamento, non c'era una dispensa piena di provviste. Gli alimenti erano poveri e solo alcuni di quelli che si decomponevano venivano conservati con sale e spezie, i conservanti del tempo. La cattiva alimentazione compariva sulle facce delle persone incidendo sulla mortalità causata anche da malattie infettive e parassitarie che erano sempre in agguato. Chissà se c' è stato tra i nostri antenati qualcuno che ha superato il livello della vita media di allora che si aggirava intorno ai 45 anni.
Si era poveri davvero e si era anche più piccoli di statura per cause alimentari e igieniche. Si aveva, però un rapporto migliore con le cose che erano assimilate alla natura e con la morte in quanto evento molto frequente e la sua accettazione era naturale. D'altronde le famiglie erano numerose.
Ora non è come allora. Il passato ha il suo fascino ma anche i suoi limiti. Siamo fortunati se oggi le cose d'altri tempi (ben 2500 pezzi tra vasellame e attrezzi di grande interesse) sono riuscite a trovare uno spazio nella frenesia della vita moderna perchè possiamo dire: c'erano anche i nostri avi, quegli avi che alla loro maniera hanno saputo scrivere una storia silenziosa e ai più sconosciuta, ma che ora riemerge. Sicuramente è la storia più viva e più vera che si possa raccontare.
Ce lo dicono i reperti, le fonti visive, i documenti che narrano quel vissuto lontano.
Provincia di Avellino
Assessorato al Turismo Sport e Spettacolo
Al Direttore
del Museo Etnografico
della Piana del Dragone
VOLTURARA IRPINA
Esimio Professore,
voglio, con la presente, esprimerLe i miei sentiti ringraziamenti per la disponibilità e la sensibilità dimostrata in occasione della partecipazione del Museo Etnografico di Volturara Irpina alla Manifestazione Nazionale Fiera dei Comuni e delle Province tenutasi a Bari nei giorni 26,27 e 28 ottobre.
La risposta immediata all ' invito che il sottoscritto Le ha rivolto, per la partecipazione del Museo alla Manifestazione, è stata emblematica di un entusiasmo e di una abnegazione tipica solo degli uomini che hanno un forte credo nelle loro azioni.
La esposizione della stanza da letto di una civiltà rurale ormai scomparsa, anche se non troppo lontana nel tempo, ha suscitato curiosità ed impressione nella schiera di visitatori che si avvicinavano allo Stand della Provincia, numerosi soprattutto grazie alla presenza della stessa.
InvitandoLa a perseverare con la determinazione che fino ad oggi l 'Ha contraddistinta nella ricerca e nella esposizione degli elementi tipici caratterizzanti la storia, la cultura e le vere radici del Suo Comune e di tutta l' area circostante, esprimo plauso per quanto ad oggi da Lei fatto sicuro di poterle anticipare già riconoscenza per quant' altro andrà a fare.
Certo che il rapporto con questo Assessorato diventerà sempre più produttivo, tanto da consentirLe di rappresentare ancora scorci della civiltà contadina delle nostre realtà in altre manifestazioni, Le invio i miei più cordiali saluti.
Avellino, 6 novembre 200 1
L' Assessore al Turismo
Rocco Manzo
Comune di Avellino
Al Sindaco
del Comune di Volturara Irpina
Caro Sindaco,
ho avuto modo nei giorno scorsi di visitare a Bari, nell'ambito della "Fiera dei Comuni" lo stand del Museo Etnografico della Piana del Dragone.
Ho fatto i complimenti ai curatori della bellissima ricostruzione di una stanza delle nostre case quando tutti eravamo un pò contadini e quando tutti eravamo poveri.
La fedeltà della ricostruzione e soprattutto la sensibilità della ricerca e del ricordo sono un fatto bellissimo che va elogiato e, secondo me, incentivato.
Ad Avellino non abbiamo avuto la fortuna di incontrare al tempo stesso disponibilità, gusto e ricerca
( e un pò di mezzi) per allestire un nostro museo sulla civiltà contadina o sulla civiltà meridionale nel nostro tempo recente.
E' un progetto che comunque accarezzavo da tempo.
Quando riusciremo a realizzarlo chiederò agli amici del Museo Etnografico di Volturara di darci qualche consiglio ed una mano.
Complimenti ed auguri.
Avellino, 6.11.2001
Il Sindaco
Antonio Di Nunno
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