UN PROVERBIO ALLA VOLTA
Fà bene a chi nun capisce fai ru fuoco cu r'frusce
FARE DEL BENE A CHI NON LO CAPISCE È COME FARE IL FUOCO CON LE GRAMINACEE
di Salvatore Salvatore *
Nell' economia della civiltà contadina, nulla, o quasi nulla, veniva sprecato.
Tra animali da sfamare, attrezzi da costruire e fuoco da alimentare, tutto quello che poteva servire veniva messo da parte per essere utilizzato al momento opportuno.
Così, anche alcune piante dai rametti morbidi, appartenenti alla famiglia delle graminacee, assai indicate per fare scope, diventavano materiale da ardere, Anzi nei camini domestici dei più poveri, diventavano unica fonte di calore, nelle lunghe e nevose serate d'inverno.
Si capisce che questi materiali non erano i più indicati per un buon fuoco. Non erano certo rami di quercia che producevano brace di ottima qualità! La loro resa, ai fini del riscaldamento, era pressoché nulla. Dopo una breve e scoppiettante vampata iniziale, diventavano cenere in pochissimo tempo.
Fare il fuoco con quel tipo di erba equivaleva a fare un fuoco da niente, insignificante, senza valore.
Questo fatto, evidente e innegabile, divenne ben presto il paragone ideale per stigmatizzare il comportamento dell'uomo. Divenne parte integrante di questo proverbio che, ancora oggi, viene citato in molti luoghi.
Fare del bene a chi non lo comprende, è come fare il fuoco con le graminacee. Come dire, impegnarsi a compiere un'azione buona, senza che la stessa verrà mai riconosciuta come tale, dalla persona o dai soggetti a cui è indirizzata. Quante volte è capitato nella vita di impegnarsi anima e corpo, anche a costo di grossi sacrifici, per fare del bene al prossimo? Di rischiare in proprio per garantire un minimo di successo o di benessere ad amici, conoscenti, parenti o paesani? Altrettante volte, può capitare, o è capitato, che quello sforzo, quel vantaggio procurato o quel problema risolto, non è stato compreso, né minimamente apprezzato, e il tutto è rimasto senza alcuna considerazione, come un "fuoco di frusce".
Volturara Irpina, luglio 2010
* Giornalista pubblicista
direttore della rivista di storia e cultura Vicum
I proverbi sono la voce sottile e persistente del mondo tradizionale, figli di una civiltà contadina legati al mondo degli animali e a quello della natura. A questi due mondi Salvatore ne aggiunge un terzo, che anima la sezione “società”.La rilettura “commentata” di ogni proverbio pubblicato si apre con l'esposizione dell'aneddoto o la spiegazione dell'evento (naturale o comportamentale).
Il Salvatore nei suoi proverbi ( dialetto del paese d'origine, Carife) tratta situazioni che, pur appartenendo a particolari contesti sociali, sono facilmente comprensibili da tutti nella loro essenza. Sono le storie dei difetti e pregi dell'uomo, delle sue debolezze e delle sue virtù, dei successi e delle sconfitte.
L'autore non si limita ad esporre solo il significato superficiale di queste pillole di saggezza contadina, ma propone anche una vera e propria “morale” che chiude il commento del proverbio. Ovviamente essa è frutto di un'interpretazione soggettiva ed originale, che tanto è più difficile quanto più sembra chiaro il significato ed il senso del proverbio.
Ecco perché i proverbi dicono e non dicono. Dicono qualcosa e poi ne dicono qualche altra. Dicono una verità indiscutibile e poi ne dicono un'altra che mette in discussione la precedente. Perché il loro compito non è di pervenire alla Verità assoluta, ma di fornire una verità relativa al momento, alla situazione, al contesto. E neppure l'unica possibile. Perché per ogni proverbio adeguato al momento se ne possono trovare altri che confermano. O che contrastano.
Per tali motivi i proverbi sono rimasti nella memoria collettiva come monumenti di un passato lontano.
Grazie al libro: “Cento proverbi per una civiltà” di Salvatore Salvatore le future generazioni potranno leggere e ricordare la memoria del passato.
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Cento proverbi per una civiltà - casa ed. Delta3 edizioni
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